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Associazione Nazionale Insegnanti
di Scienze Naturali
Isole incantate: le Galapagos
inserito il: 18 gennaio 2007
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Qualche riflessione su quello che sta accadendo alle isole di Darwin.

Siamo tutti figli delle Galapagos ed una o due volte l’anno ci ritorniamo in pellegrinaggio insieme a nuovi gruppi di giovani che, come noi, rimangono incantati. E’ un ritorno che prepariamo con cura e trepidazione e che facciamo in punta di piedi per non sporcare un luogo sacro che ha dato la vita a due tra i fenomeni più affascinanti della storia della Terra e del pensiero umano: un esempio di come lavora l’evoluzione e la chiave per comprenderla.

Da quando abbiamo cominciato ad insegnare abbiamo compreso subito che non sarebbe mai stato possibile una visita diretta in quei luoghi: troppo lontani geograficamente e (e questa è la ragione vera) in un’altra galassia economica. Ma ci ha sempre confortato l’idea che questo luogo così sperduto e nel passato depredato da tutti coloro che ci mettevano piede, era finalmente al sicuro poiché nel 1978 le Galapagos vennero dichiarate patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco.

Originariamente disabitate, nel XVII secolo furono nascondiglio di pirati e nel XIX approdo di navi baleniere. Per circa due secoli le Galápagos servirono da covo di bucanieri inglesi e da base per cacciatori di balene e raccolta di carne fresca per i lungi viaggi in mare sotto forma di testuggini. Fra il 1831 e il 1832 il governo dell’Ecuador impiantò nell’isola di Santa María una colonia di prigionieri politici e delinquenti comuni, la colonia si estinse completamente nel 1878. Un successivo tentativo di colonizzazione venne fatto verso il 1930 da un gruppo di tedeschi e norvegesi, ma fallì dopo poco. In seguito il governo ecuadoriano vi trasferì qualche famiglia di agricoltori e pescatori, dai quali ebbe origine l’attuale popolazione. Durante la seconda guerra mondiale, dal 1942 al 1946, gli Stati Uniti vi stabilirono una base militare. Con l’acquisizione dell’indipendenza la nuova repubblica dell’Ecuador ne prese possesso nel 1832. Varie volte gli Stati Uniti hanno cercato di conquistarle, ma il governo ecuadoriano si è sempre rifiutato di cederle. [1] Queste note storiche, tratte da un sito di informazioni turistiche, non fanno cenno alla visita di Darwin, né al centro di ricerca che avrebbe trasformato le isole in laboratorio naturale per lo studio dell’evoluzione. Né viene fatta menzione dell’enorme pericolo che le isole corsero negli anni ’80, quando uno dei tanti presidenti delle tante repubbliche delle banane dell’America latina dichiarò senza pudore che la spiccata vocazione turistica delle isole doveva servire per migliorare le condizioni di vita di tutto il Paese. E, probabilmente, gli equadoregni, con ben fondati motivi, sono più portati alla speculazione dalla prospettiva di un pasto regolare e abbondante che dalla annuale migrazione delle iguana terrestri sui ripidi versanti del vulcano fino a oltre 1500 m di quota per depositare le loro uova dentro una caldera piena di vapore. [2]

Noi abbiamo continuato a sognare e ad insegnare la grande specializzazione delle iguane marine erbivori in apnea, grossi quanto un cane che si arrostiscono sulla lava nera per prepararsi al bagno delle acque rese fredde dalle correnti antartiche. Facciamo notare come i cormorani non volino più perché in assenza di nemici naturali non sono più spinti a fuggire nell’aria, ma a inabissarsi per pescare, però non hanno perso l’abitudine di spiegare le piccole ali al Sole per asciugarle alla fine di ogni battuta di pesca. E continuiamo a perderci in lunghe descrizioni delle sule, volgarmente classificate a seconda della violenta colorazione dei piedi, che si corteggiano rumorosamente incuranti dei fringuelli-vampiri che succhiano loro il sangue alla radice delle penne caudali.

Per noi non si trattava di un luogo bello, che nonostante tutti i tentativi di aggressione aveva conservato intatto il suo fascino e la sua importanza scientifica, ma del “luogo”, dell’ultima remota parte del pianeta che poteva continuare ad essere letta e capita così come l’aveva compresa e spiegata al mondo Darwin. E’ un luogo insostituibile con altri non solo per il fascino della bellezza delle forme di vita, ma per il suo valore simbolico di ultimo baluardo di una natura che non esiste più insieme a gran parte dei suoi valori. Per tutti coloro che hanno passato qualche mese delle loro gioventù a studiare e a sognare sui libri che queste isole avevano ispirato e che hanno continuato a visitarle senza mai stancarsi per tutta la loro vita l’attacco a questo piccolo arcipelago -che aveva nella distanza dal continente la sua unica difesa- rappresenta emotivamente la fine della speranza dell’inversione di tendenza di una società fondata su un’economia che sta annientando l’ecologia.

E’ doloroso, e probabilmente inutile, seguire la vicenda nei suoi aspetti ineluttabilmente tragici: una vecchia carretta affidata a un irresponsabile va a incagliarsi a poche centinaia di metri da San Cristobal. Le autorità prima nascondono poi minimizzano, infine si preoccupano solo per recuperare il prezioso carico di veleni. Se un intervento c’è stato deriva dalla sensibilità del direttore del Parco che ha chiesto aiuto direttamente agli Stati Uniti saltando completamente tutte le autorità della sua nazione. Al momento non si sa cos’altro potrà accadere gli scenari sono tanti e tutti funesti: una tempesta in arrivo potrebbe impedire di continuare la patetica opera di soccorso ai leoni marini e ai pellicani, rompere del tutto i serbatoi e inquinare completamente le coste, oppure il bel tempo potrebbe favorire lo spargimento di solventi che pare facciano più danno del petrolio.

Quello che è certo è che sta scomparendo l’ultimo sogno.


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[1] Notizie storiche tratte dal sito: http://www.Galapagos\Galapagos.htm

[2] http://www.parks.it/assomidop/4078.html


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