Il Campo Marzo
Leila Lo Zito - Anna Biga - Anna Pretto

 

«Nella toponomastica medioevale fino al 1200 il Campo Marzo figura con il nome di Wisega; e solo successivamente è chiamato Campus Marcius. Tutto ciò fa dubitare che non sia accettabile l'etimologia più ovvia: Marzo dunque non deriverebbe da Marte, ma dalla radice della parola marcita».

«Dal Pagliarino (Croniche, libro II) si ha che il Campo Marzo si chiamava anticamente la Guisega, corruzione dialettale di Wisega, dal tedesco wiese = prato, designato con tal nome nell'atto di donazione fatto nell' anno 983 dal vescovo Rodolfo ai monaci benedettini di San Felice, atto poi rinnovato nel privilegio concesso nel 1058 dal vescovo Liudigerio alle monache di San Pietro dello stesso ordine».

«La denominazione di Campo Marzio appare per la prima volta in una permuta del 1074.Contava allora 80 campi circondati da muro, fosse e dal Retrone, serviva giorno e notte di pascolo agli animali e "fu detto Marzio o perchè in quello erano destinate le cose marziali, o perchè nel tempo antico vi si tenevano le esercitazioni militari, o perchè dedicato a Marte, castigandovisi i delinquenti" (dal capitolo De maleficio degli statuti del 1264). Anche il Barbarano (Historia ecclesiastica, libro V) dice che nel 1612 "cavandosi circa il mezzo da questo campo per formare un castello di terra per esercizio militare, furono trovati alcuni fondamenti grossissimi con alcune urne di cenere ed idoli di bronzo; e fu giudicato che fossero del tempio di Marte, dal quale prese il nome"».

«Stando a queste citazioni, la dizione del toponimo dovrebbe quindi essere Campo Marzio; ma con tutto il rispetto dovuto ai citati nostri scrittori e a quanti dopo di loro trattarono del luogo nominandolo Campo Marzio, noi riteniamo conforme alla sua vera origine e perciò esatto il nome di Campo Marzo, derivandolo da "campo marcio" e cioè campo fradicio e molle per ristagno di acque. Siamo a ciò indotti, oltre che dall' esempio di altri e ben più attendibili studiosi di cose nostre, fra cui il binomio Bortolan - Lampertico, i quali nell'opera "Dei nomi delle contrade nella città di Vicenza" lo chiamano sempre Campo Marzo, anche dalla natura e configurazione antica del terreno, che aveva in passato un livello molto più basso dell' attuale ed era attraversato in più parti da fossi e scoli, con larghi tratti paludosi».

«Questa interpretazione sull' origine del nome trova anche conferma nel fatto che in un altro punto della città, e precisamente a San Pietro, esisteva anticamente una porta chiamata "Camarzo". Poichè questa parola è evidentemente contrazione di Campomarzo e poichè non si può pensare che anche qui si trovasse un campo per le esercitazioni militari, si deve dedurre che con essa si volesse significare proprio "campo marcio" dal terreno paludoso nei cui pressi la porta si trovava. Potrà non essere troppo lusinghiero per l' amor proprio dei Vicentini ma è cosi: il nostro bello e sonante toponimo di Campo Marzo deriva da un posto di marcite».


Cenni storici.

«Anticamente era tenuto a prato ed era riservato soprattutto a pascolo pubblico per cavalli maschi e mucche da latte, animali cioè indispensabili per il trasporto e l'alimentazione, mentre ne erano esclusi gli ovini e i suini, ammessi solo durante le fiere animali, quando era anche consentito costruire provvisoriamente botteghe e taverne».

Nel 983 fu donato dal vescovo Rodolfo ai monaci benedettini di San Felice.

Nel 1058 venne concesso dal vescovo Liudigerio alle monache benedettine di San Pietro.

Nel 1074 comparve per la prima volta la denominazione "Campo Marzio" (Pagliarino, Croniche, libro II). Nel "Regestum" dei possedimenti comunali del 1262, la sua notevole espansione era stimata circa 80 campi, confinando a est con la Seriola, a sud con il Retrone, a ovest e a nord con le mura del prato e del monastero di San Felice e quelle dei cortili posteriori delle case che si allineavano lungo la via verso Verona.

Dal 1310 si provvide a decorarlo di alberi perché vi si tenevano i mercati pubblici.

Nel 1403 Filippo Maria Visconti lo donò a Giacomo dal Verme.

«Nel 1413 i figli di G. dal Verme, Alvise e Pietro, lo restituirono alla città. Vi si svolgevano parate militari, vi erano alloggiati vettovagliamenti ed eserciti al seguito di illustri personaggi in visita o di passaggio a Vicenza e, in caso di gravi epidemie di peste qui si apprestavano ricoveri temporanei per gli ammalati (sono stati anche trovati resti di sepolture), feste popolari ma anche esecuzioni capitali. Pressoché costante è segnalata la presenza al centro di una "casara", edificio fortificato, con recinto posteriore, adibito ad uso agricolo, e di un obelisco o colonna, mentre l'omonimo arco d'ingresso dalla strada di San Felice, subito fuori Porta Castello, venne sostituito nel 1608 da un imponente arco di trionfo classico a tre fornici di ordine dorico a bozze rustiche, sciaguratamente distrutto nel 1938 per far passare più agevolmente il corteo di Benito Mussolini in visita a Vicenza».

«Nel 1612 venne deliberato un regolamento per la manutenzione e l'uso di Campo Marzo. L'organizzazione dei lavori era affidata al Podestà».

«Nel 1713 Francesco Muttoni approntò un nuovo progetto per la sistemazione della Fiera. Impostato in asse con l'arco di trionfo classico, con fossato e alberi a delimitare la zona espositiva e ampi viali ai lati per il passaggio delle carrozze, esso fu approvato ma non condotto a termine. Ma l'intenzione più felice di Muttoni fu senza dubbio quella di unire funzionalmente e figurativamente il santuario di Monte Berico alla città per mezzo della doppia rampa di portici che veniva a presupporre un collegamento con Campo Marzo.Suggerimento che sarà raccolto e messo in atto da Bartolomeo Malacarne a partire dal 1816. L'intervento non affidava a Campo Marzo solo il ruolo di collegamento viario, ma lo trasformava in grande parco pubblico, con la demolizione di costruzioni e piantagioni preesistenti, la formazione di alture, specchi d'acqua, dell'anello per l'inversione di marcia delle carrozze all'incontro dei due rettifili, e la disposizione in voluto disordine di gran numero di alberi pregiati».

«Dalla fine del 1700 in poi vi si costruirono saltuariamente teatri in legno (si ricordi l'anfiteatro del 1787 destinato a palii ippici e corse) a conferma della vocazione dell'area a luogo di spettacoli».

«Nel 1843 fu definito il percorso della linea ferroviaria Milano-Venezia, la Ferdinandea, che veniva a passare per Campo Marzo, isolandolo nettamente da Monte Berico e ponendo il problema della stazione che, situata in asse con l'arco Revese, era destinata ad assumere un ruolo scenografico preponderante. Negli anni 1870 fu aperto il rettifilo che la univa all'arco Revese, cioè viale Roma».

«Cessò di essere campo di esercizi militari in seguito ad una convenzione del 1867 conclusa dal Comune con l'Intendenza Militare del Dipartimento di Verona ("All'intento di liberare quell'amenissimo sito di cittadino passeggio dagli incomodi e da pericoli degli esercizi militari e di ridurlo a pubblico passeggio")».

«I bombardamenti dell'ultima guerra (1940-1945) hanno distrutto tutte le piante, il caffè Moresco e la Cavallerizza. Gli alberi sono stati poi ripiantati e cresciuti fino a formare una folta vegetazione ai lati di un suggestivo viale» (viale Dalmazia).

«A partire dagli anni '80 del Novecento una malattia iniziò a contagiare gli alberi del parco che furono a mano a mano abbattuti».

Oggi Campo Marzo si presenta come un prato attraversato da un viale lastricato ai cui lati è stata piantata ordinatamente una serie di alberi di acero.

Tratto e rielaborato da: "Guida di Vicenza"- Barbieri, Cevese, Magagnato e "Giardini di Vicenza"- Donata Battilotti

torna all'inizio