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sempre e ovunque succede, quando un terremoto provoca danni e vittime,
un mare di informazioni, dichiarazioni, interviste, cronache viene
riversato sull’opinione pubblica. Tutto ciò, e non potrebbe
essere diversamente, costituisce un insieme di fatti, ipotesi, illazioni,
“verità scientifiche” e altro che difficilmente
si trasformano in informazione utile.
Va anche detto che, a nostro parere, la situazione negli ultimi
vent’anni è migliorata. Molto giornalisti si sono fatti
sul campo un’esperienza notevole, il numero di ciarlatani
con udienza sui mezzi di comunicazione è diminuito, alcune
amministrazioni (poche, troppo poche, per la verità) hanno
iniziato una politica di prevenzione corretta e di lungo termine.
Non ci si biasimi, dunque, se tentiamo di approfittare di questa
occasione per chiarire alcuni fatti sui quali in questi giorni si
stanno innestando discussioni e polemiche non sempre centrate.
Tentiamo di schematizzare in tre punti:
1) nuove mappe nazionali;
2) comuni a “blanda sismicità”;
3) la mappa di rischio regionale.
Nuove mappe nazionali
Attualmente i comuni italiani sono classificati sismici
(e quindi in essi le costruzioni debbono sottostare all’apposita
normativa tecnica) in base a un decreto ministeriale che recepisce
la proposta avanzata da un gruppo di lavoro del Progetto finalizzato
Geodinamica (Consiglio Nazionale delle Ricerche) coordinato dal
professor Petrini. In sede ministeriale fu peraltro deciso di aggiungere
una terza categoria di sismicità (la terza, S = 6 per i tecnici)
che noi del P f Geodinamica denominammo con bonomia ironia, la “categoria
Napoli”, dato che sembrava disegnata proprio per poter includere
nei comuni sismici quella e poche altre città la cui tipologia
edilizia era particolarmente scadente.
Il gruppo di lavoro accompagnò la proposta con una serie
di spiegazioni e raccomandazioni tra le quali è importante
ricordare:
1) la riclassificazione fu studiata in tempi rapidissimi imposti
dal Ministero dei Lavori pubblici e quindi venne deciso di:
a) lasciare inalterato il quadro per i comuni già classificati;
b) inserire tutti i nuovi comuni nella seconda categoria (S = 9)
indipendentemente dalla severità del massimo terremoto atteso;
c) indicare alcune fasce di comuni come necessitanti di ulteriori
indagini perché gli elementi allora disponibili non consentivano
ragionevoli certezza (tra di essi la fascia costiera Abruzzo-Molise).
2) Si ritenne accettabile il criterio mai dichiarato, ma ricavabile
mediamente dalla precedente classificazione, di proporre come terremoto
da cui difendersi quello di intensità pari al grado ottavo
della scala Mercalli-Cancani-Sieberg per il quale gli effetti sono:
solidi muri di cinta in pietra sono aperti e atterrati. Un quarto
circa delle case è gravemente leso; alcune crollano; molte
divengono inabitabili. Negli edifici ad intelaiatura gran parte
di queste cadono.
Nel 1997 il Servizio Sismico Nazionale, rifondato e consolidato
anche grazia all’impulso del Geodinamica, formò una
commissione per l’aggiornamento della riclassificazione. I
lavori della commissione sono terminati nel 1998 e non potevano
non tener conto delle nuove conoscenze raggiunte in circa vent’anni
di impegno dei ricercatori del Gruppo nazionale per la difesa dai
terremoti (come dire la quasi totalità degli scienziati italiani
del settore).
Tale classificazione non è ancora legge ma i motivi non ci
sono noti.
I comuni a “blanda sismicità”
Sono i comuni della terza categoria e, per semplificare, potremmo
dire che rappresentano le fasce di transizione tra le zone a sismicità
elevata a quelle di sismicità trascurabile. Le probabilità
di un evento dannoso sono basse ciononostante le nuove costruzioni
avranno un costo maggiore (comunque entro il 10 % del totale).
Alcuni sindaci della bassa friulana hanno espresso critiche anche
molto severe. Affermare che a Latisana il rischio sismico è
nullo è discutibile, ma è certo che i problemi che
essi pongono sono reali e ben individuati. Proviamo a tradurne uno
con un esempio ipotetico: perché il mio comune che corre
il rischio di andare sotto l’acqua una volta ogni 400 anni
deve impiegare risorse per difendersi da un terremoto che, con la
stessa periodicità, potrà provocare danni lievi o
lievissimi?
La risposta tocca ovviamente a chi ha voluto la terza categoria,
non alla Commissione del Servizio Sismico Nazionale.
La mappa di rischio regionale
Il nostro legislatore regionale ha affrontato e, a nostro avviso,
risolto sul piano normativo, molti dei problemi che abbiamo esplicitato
o che sono impliciti in quanto sopra scritto nella legge sulla Protezione
civile del 1986. In essa si dice che l’attenuazione dei rischi
si effettua sulla base dei documenti conoscitivi, le mappe di rischio,
realizzate da tecnici e ricercatori riuniti in appositi gruppi di
lavoro.
La prima di tali mappe, quella del rischio sismico, è stata
di recente terminata. Con essa la regione è in grado di valutare
quanto sia necessario spendere per portare a un certo grado di sicurezza
gli edifici in muratura in tutto o in parte del territorio regionale.
Come tale ha due caratteristiche che non possono farla confondere
con le mappe di riclassificazione che non sono molto di più
di un elenco di comuni:
1) riguarda principalmente le costruzioni
“vecchie”, costruite cioè prima dell’istaurarsi
della normativa sismica;
2) è uno strumento di ausilio
alle decisioni e non normativo. Non si sovrappone né cancella
la classificazione sismica.
Bene fa la Regione a considerarlo con prudenza e attenzione dato
che esso assume valenza piena solo se rapportato alle altre mappe
di rischio quanto meno di origine naturale e inserito in una pianificazione
finanziaria di lungo termine. Che poi siamo personalmente dispiaciuti
di non poterlo diffondere ancora nella comunità scientifica
per ottenere gli ovvi ritorni in termini di critiche e suggerimenti
migliorativi è naturale ma secondario.
Infine un’ultima osservazione a proposito dell’allocazione
di risorse nella lotta ai rischi. Il Friuli sta facendo molto di
più di molte altre regioni. Ciò è positivo.
Però non dobbiamo dimenticare che altre regioni d’Italia
sono soggette a un rischio enormemente maggiore. S per esempio si
replicasse il terremoto della Sicilia orientale del 1693 (e ciò
è possibile), i danni sarebbero equivalenti in vittime a
molte decine di migliaia, e in denaro a molte decine di “finanziarie”
al cui confronto quelle necessarie per l’euro sembrerebbero
davvero insignificanti.
Anche i friulani sarebbero quindi vittime del terremoto siciliano.
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