Siamo tutti figli delle
Galapagos ed una o due volte l’anno ci ritorniamo in pellegrinaggio
insieme a nuovi gruppi di giovani che, come noi, rimangono incantati.
E’ un ritorno che prepariamo con cura e trepidazione e che facciamo
in punta di piedi per non sporcare un luogo sacro che ha dato la
vita a due tra i fenomeni più affascinanti della storia della Terra
e del pensiero umano: un esempio di come lavora l’evoluzione e la
chiave per comprenderla. Da quando abbiamo cominciato ad insegnare
abbiamo compreso subito che non sarebbe mai stato possibile una
visita diretta in quei luoghi: troppo lontani geograficamente e
(e questa è la ragione vera) in un’altra galassia economica. Ma
ci ha sempre confortato l’idea che questo luogo così sperduto e
nel passato depredato da tutti coloro che ci mettevano piede, era
finalmente al sicuro poiché nel 1978 le Galapagos vennero dichiarate patrimonio mondiale dell’umanità
dall’Unesco.
Originariamente disabitate, nel XVII
secolo furono nascondiglio di pirati e nel XIX approdo di navi baleniere.
Per circa due secoli le Galápagos servirono da covo di bucanieri
inglesi e da base per cacciatori di balene e raccolta di carne fresca
per i lungi viaggi in mare sotto forma di testuggini. Fra il 1831
e il 1832 il governo dell’Ecuador impiantò nell’isola di Santa María
una colonia di prigionieri politici e delinquenti comuni, la colonia
si estinse completamente nel 1878. Un successivo tentativo di colonizzazione
venne fatto verso il 1930 da un gruppo di tedeschi e norvegesi,
ma fallì dopo poco. In seguito il governo ecuadoriano vi trasferì
qualche famiglia di agricoltori e pescatori, dai quali ebbe origine
l’attuale popolazione. Durante la seconda guerra mondiale, dal 1942
al 1946, gli Stati Uniti vi stabilirono una base militare. Con l’acquisizione
dell’indipendenza la nuova repubblica dell’Ecuador ne prese possesso
nel 1832. Varie volte gli Stati Uniti hanno cercato di conquistarle,
ma il governo ecuadoriano si è sempre rifiutato di cederle. [1]
Queste note storiche, tratte da un sito di informazioni turistiche,
non fanno cenno alla visita di Darwin, né al centro di ricerca che
avrebbe trasformato le isole in laboratorio naturale per lo studio
dell’evoluzione. Né viene fatta menzione dell’enorme pericolo che
le isole corsero negli anni ’80, quando uno dei tanti presidenti
delle tante repubbliche delle banane dell’America latina dichiarò
senza pudore che la spiccata vocazione turistica delle isole doveva
servire per migliorare le condizioni di vita di tutto il Paese.
E, probabilmente, gli equadoregni, con ben fondati motivi, sono
più portati alla speculazione dalla prospettiva di un pasto regolare
e abbondante che dalla annuale migrazione delle iguana terrestri
sui ripidi versanti del vulcano fino a oltre 1500 m di quota per
depositare le loro uova dentro una caldera piena di vapore. [2]
Noi abbiamo continuato a sognare e ad
insegnare la grande specializzazione delle iguane marine erbivori
in apnea, grossi quanto un cane che si arrostiscono sulla lava nera
per prepararsi al bagno delle acque rese fredde dalle correnti antartiche.
Facciamo notare come i cormorani non volino più perché in assenza
di nemici naturali non sono più spinti a fuggire nell’aria, ma a
inabissarsi per pescare, però non hanno perso l’abitudine di spiegare
le piccole ali al Sole per asciugarle alla fine di ogni battuta
di pesca. E continuiamo a perderci in lunghe descrizioni delle sule,
volgarmente classificate a seconda della violenta colorazione dei
piedi, che si corteggiano rumorosamente incuranti dei fringuelli-vampiri
che succhiano loro il sangue alla radice delle penne caudali.
Per noi non si trattava di un luogo
bello, che nonostante tutti i tentativi di aggressione aveva conservato
intatto il suo fascino e la sua importanza scientifica, ma del “luogo”,
dell’ultima remota parte del pianeta che poteva continuare ad essere
letta e capita così come l’aveva compresa e spiegata al mondo Darwin.
E’ un luogo insostituibile con altri non solo per il fascino della
bellezza delle forme di vita, ma per il suo valore simbolico di
ultimo baluardo di una natura che non esiste più insieme a gran
parte dei suoi valori. Per tutti coloro che hanno passato qualche
mese delle loro gioventù a studiare e a sognare sui libri che queste
isole avevano ispirato e che hanno continuato a visitarle senza
mai stancarsi per tutta la loro vita l’attacco a questo piccolo
arcipelago -che aveva nella distanza dal continente la sua unica
difesa- rappresenta emotivamente la fine della speranza dell’inversione
di tendenza di una società fondata su un’economia che sta annientando
l’ecologia.
E’
doloroso, e probabilmente inutile, seguire la vicenda nei suoi aspetti
ineluttabilmente tragici: una vecchia carretta affidata a un irresponsabile
va a incagliarsi a poche centinaia di metri da San Cristobal. Le
autorità prima nascondono poi minimizzano, infine si preoccupano
solo per recuperare il prezioso carico di veleni. Se un intervento
c’è stato deriva dalla sensibilità del direttore del Parco che ha
chiesto aiuto direttamente agli Stati Uniti saltando completamente
tutte le autorità della sua nazione. Al momento non si sa cos’altro
potrà accadere gli scenari sono tanti e tutti funesti: una tempesta
in arrivo potrebbe impedire di continuare la patetica opera di soccorso
ai leoni marini e ai pellicani, rompere del tutto i serbatoi e inquinare
completamente le coste, oppure il bel tempo potrebbe favorire lo
spargimento di solventi che pare facciano più danno del petrolio.
Quello che è certo è che sta scomparendo
l’ultimo sogno.
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