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La selezione per consanguinei

Da Richard Dawkins, Il Fiume della vita, Sansoni 1995

 

La selezione per i consanguinei  fu per la prima volta ipotizzata da  Darwin per spiegare l'esistenza di caste sterili negli insetti sociali. Darwin si pose infatti il problema delle regioni adattative che portano alla presenza in numerosi insetti sociali di individui sterili ed ipotizzò che questo comportamento altruistico favorisse tutta la colonia e pertanto, indirettamente, anche gli individui che non si riproducevano.  Successivamente il biologo evoluzionista William Donald Hamilton, (1936 — 2000) ha studiato il problema dal punto di vista matematico:

Se indichiamo con: 

  • r  la probabilità che l'organismo che riceve aiuto possieda il medesimo gene dell'individuo che aiuta;

  • b il beneficio riproduttivo guadagnato dall'individuo che fruisce del comportamento altruistico;

  • c  il costo riproduttivo per l'individuo a carico dell'organismo che ha il comportamento altruistico.

dal momento che individui legati da vincoli di parentela hanno in comune un'alta percentuale di geni, un individuo che presenta un comportamento altruistico, (rinunziando alla riproduzione, nel caso di animali sociali in cui siano presenti caste sterili, o sacrificandosi per i fratelli o i figli, facendosi predare), può assicurare meglio la sopravvivenza del proprio patrimonio ereditario, se ciò permette la maggiore  sopravvivenza di fratelli, cugini o addirittura lontani parenti, purché

 

r × b > c

Il concetto di selezione per consanguinei è stato utilizzato  per spiegare non soltanto l'esistenza di caste sterili nelle api, le formiche o le termiti, ma anche per comprendere il passaggio dagli organismi unicellulari a quelli pluricellulari, il comportamento sociale proprio di molti animali o gli atti di eroismo fra gli umani.

Ecco quanto scrive Dawkins in proposito:

... i geni che sopravvivono per generazioni sono quelli che sono riusciti a diventare progenitori. Questo è vero, ma vi è un'apparente eccezione di cui è indispensabile parlare prima che sollevi qualche malinteso. Alcuni individui sono irrimediabilmente sterili, tuttavia sembrano destinati a contribuire al passaggio dei propri geni alle generazioni future. Fra le formiche, le api, le vespe e le termiti, le operaie sono sterili. Esse lavorano non per diventare progenitrici ma perché i loro parenti fecondi - solitamente sorelle e fratelli - possano diventare progenitori. Qui vi sono due punti da capire. Innanzitutto, in ogni tipo di animale le sorelle e i fratelli hanno alte probabilità di condividere copie degli stessi geni. In secondo luogo è l'ambiente, e non i geni, che determina se, ad esempio, una singola termite potrà riprodursi o diventerà un'operaia sterile. Tutte le sorelle e i fratelli hanno altLe termiti riproduttrici passano ai discendenti copie degli stessi geni che inducono nelle operaie sterili il comportamento di collaborazione. Le operaie sterili lavorano duramente sotto l'influenza dei propri geni, copie dei quali si trovano nel corpo di quelle che invece possono riprodursi. Le copie «operaie» di quei geni si adoperano per aiutare le copie «riproduttrici» a passare attraverso il setaccio transgenerazionale. Le termiti operaie possono essere maschi o femmine, ma fra le formiche, le api e le vespe tutte le operaie sono femmine; comunque sia il principio è lo stesso. In forma minore esso si applica anche a diverse specie di uccelli, di mammiferi e di altri animali fra cui si osserva una certa quantità di cure della prole prestate da fratelli e sorelle più vecchi. In sintesi, i geni possono aprirsi la strada attraverso il setaccio non solo aiutando il proprio corpo a diventare un progenitore, ma anche aiutando il corpo di un parente per lo stesso scopo. 

 

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